TI ACCOMPAGNO IO
Edoardo sbuca sulla grande radura di Pian dell’Osteria con il suo fuoristrada, un pick-up impolverato che sembra conoscere ogni curva del bosco. Poco più di trent’anni, è alto, solido, con due mani larghe da uomo abituato al lavoro vero. La barba, curata senza vanità, gli incornicia il volto e fa risaltare occhi, vivi, di quelli che osservano e non si limitano a guardare.
Ci riconosciamo subito, come accade tra chi ha imparato a fidarsi del sentiero. La passione per il trekking e per l’avventura diventa un ponte naturale, ma sotto scorre qualcosa di più profondo: la stessa idea di vita, fatta di fatica scelta, di silenzi che parlano più delle parole, di orizzonti che non si comprano. Bastano poche frasi, uno sguardo, per capire che c’è molto da condividere.
Stiamo collaborando all’Orsigna ARUM Festival, nel cuore della montagna pistoiese, nei luoghi cari a Tiziano Terzani. È un evento singolare: prima non c’è nulla, e alla fine tutto torna com’era. Per cinque giorni nasce un piccolo villaggio nel bosco; palco, cucina da campo, docce, open bar, tutto costruito con legname tagliato in loco. Si arriva solo con una navetta dedicata, si dorme in tenda, si condividono spazi essenziali. Yoga, escursioni, laboratori, teatro, musica. Poi si smonta tutto. Il bosco riprende la sua dimensione.
Seduta sul pick-up c’è anche una donna. Edo fa un cenno, così mi avvicino al finestrino abbassato. «Ti presento Eleonora. Avrebbe una cosa da chiederti. Ho pensato a te, che porti la gente a fare escursioni.»
In effetti avevo raccontato del corso di Guida Ambientale Escursionistica, anche se mi sentivo frenato all’idea di iniziare davvero l’attività.
Mi era già successo: raggiunto un traguardo che sentivo profondamente mio, invece di provare entusiasmo o senso di conquista, si faceva strada la paura. Una sensazione strana, come se non mi riconoscessi in ciò che avevo appena ottenuto.
Avevo concluso il percorso formativo nel mese di marzo dello stesso anno, con un’impressione sostanzialmente molto positiva: dalla prima lezione tutto sembrava fatto su misura, pronto perché potessi identificarmi nel nuovo e desiderato ruolo.
Ero, di fatto, pronto. C’erano tante persone che da tempo mi chiedevano di venire con me in escursione. Ciò nonostante, avevo timore che qualcuno si affidasse davvero a me: finché tutto restava teoria, mi trovavo al sicuro.
L’entusiasmo di Edo nel tirarmi in ballo come GAE mi aveva preso certo in contropiede, costringendomi però a prendere una decisione immediata.
Eleonora resta seduta dal lato passeggero; non scende, le stampelle sono appoggiate accanto a lei, come due compagne fedeli.
Va dritta al punto.
Vuole andare all’Albero con gli Occhi. Con le sue forze, ha solo bisogno di qualcuno che le cammini accanto, rispettando il suo passo.
In quella radura della Valle dell’Orsigna, Tiziano Terzani aveva scelto il silenzio come casa. Si ritirava vicino a un grande ciliegio selvatico e, ispirandosi alla tradizione mistica indiana, vi aveva fissato due piccoli occhi di ceramica. Non per essere guardato, ma per ricordare di guardare, veramente..
Quel luogo non concede scorciatoie; si raggiunge solo a piedi, circa venti minuti di sentiero nel bosco.
Non so perché, ma le chiedo soltanto: «Da quanto tempo usi quelle stampelle?»
Lei non esita. «In pratica da sempre.»
Non c’è dramma nella sua voce. Non c’è richiesta di pietà o commiserazione.
La risposta è semplice. «Va bene. Ti accompagno io.»
A volte il compito non è guidare, ma rallentare abbastanza da permettere a qualcuno di arrivare con i propri mezzi, anche quando quei mezzi sono due stampelle e una volontà che non chiede permesso a nessuno.
Circa venti minuti di sentiero si trasformano in circa due ore e mezza. Durante questo tempo passiamo in rassegna le nostre rispettive vite, soprattutto quella di Eleonora.
Le stavo alle spalle, per sicurezza, lasciandola completamente autonoma nei movimenti. Non riuscivo a capacitarmi della sua forza di volontà:
menomata dalla nascita da un grave deficit motorio, quelle stampelle erano per lei una grande conquista, e sembrava quasi assaporare ogni centimetro di terra, sasso e radice. Quello che agli occhi degli altri poteva apparire come un penoso spostamento era invece la passerella del suo arrivo.
Ad un certo punto incontriamo un gruppo di escursionisti: quasi tutti passano di lato, ma gli ultimi quattro, timidamente, chiedono il permesso di unirsi a noi.
Qualcosa mi punge, anche se non è per loro.
Era il desiderio di tenere quell’esperienza chiusa, intatta. Come se la presenza di altri potesse diluirla. Come se quel passo lento, quella fatica ostinata, appartenessero solo a noi due.
Non stavo difendendo Eleonora.
Stavo difendendo il mio ruolo. Il privilegio di essere necessario, in quella prossimità rara, in quella fiducia silenziosa. Ho pensato che quel giorno ci eravamo scelti, e che nessun altro doveva far parte del disegno.
Li lasciamo entrare, e allora comprendo che non stavo perdendo nulla.
Stavo solo soppesando il mio ego.
L’albero con gli occhi. Una pianta vecchia e malandata, sicuramente poco aggraziata. Eppure capace di attirare passi, silenzi, attese. Per Eleonora non era un simbolo, piuttosto una meta.
Nell’avvicinarsi alla radura, l’eccitazione di lei cresceva visibilmente; tremante per la fatica e l’emozione indugia qualche attimo, quasi chiedendo il permesso, prima di avventurarsi al di fuori della avvolgente ombra dei faggi.
Il bosco rimaneva come fermo a gioire per quel sorriso radioso e gli occhi lucidi; noi anche.
Al ritorno il sentiero è lo stesso, non lo sono io. Anche il tempo che impieghiamo è lo stesso ma io non controllo più l’ora; rimaniamo come sospesi in un’altra dimensione.
Appena rientrato in Liguria, una cosa da fare su tutte: decidere il giorno della mia prima escursione di gruppo.
La paura che mi aveva trattenuto per mesi si è sciolta, da qualche parte tra le radici di un vecchio ciliegio e l’odore penetrante del bosco.
Per la prima volta non ho dubbi: sono sul mio sentiero.
Marco Ferrando
Nato in Liguria, Marco ha trasformato l’esperienza di geometra in uno sguardo capace di leggere il paesaggio e le sue trasformazioni.
La fotografia lo ha condotto verso la dimensione umana dei luoghi, dove tecnica ed emozione si incontrano.
Con Storie di Alta Via, l’escursione diventa esperienza: un cammino lento, accessibile nello sguardo interiore prima ancora che nei passi.
Dove il limite non è un confine, ma un punto di partenza.